T. https://www.positivislam.ch Mon, 21 Sep 2025 02:46:56 +0000 Joomla! - Open Source Content Management en-gb Percezioni che non per forza corrispondono alla realtà https://www.positivislam.ch/positivwriting/percezioni-che-non-per-forza-corrispondono-alla-realta https://www.positivislam.ch/positivwriting/percezioni-che-non-per-forza-corrispondono-alla-realta Percezioni che non per forza corrispondono alla realtà

Quando si tratta di addentrarsi in discorsi che riguardano le minoranze presenti in un determinato luogo, capita di dover rispondere a stereotipi e luoghi comuni, quest’ultimi spesso legati alla sfera emotiva dell’individuo che li pronuncia. Il problema che si pone è se questi tipi di discorso, purtroppo molto effettivi, rispecchiano effettivamente la realtà. In questo post vorrei presentarvi alcuni dati empirici provenienti da uno studio della Confederazione avvenuto nel 2014 a livello nazionale sulla lingua, la religione e la cultura. Ritengo che ci si possa riferire a questi dati nel caso ci si veda confrontati con le seguenti tipologie di frasi, esternazioni che mi è già capitato di sentire e che spesso provengono da percezioni di casi singoli di cui si è sentito in qualche modo parlare.

  1. “I musulmani presenti in Svizzera mostrano in modo eccessivo la propria religione; che la pratichino in ambito privato.”
  2. “Dobbiamo assolutamente impedire che i musulmani in Svizzera preghino in luoghi pubblici.”
  3. “Ma esisteranno musulmani ‘moderni’ e ‘secolarizzati’?”[1]

Ma quanti musulmani e musulmane sono effettivamente praticanti in Svizzera? È veramente razionale pensare che vi possa essere l’eventualità che una massa di fedeli musulmani preghi in luoghi pubblici? E se i musulmani residenti in Svizzera fossero “secolarizzati” quanto noi?

I grafici seguenti provengono dall’indagine svolta dall’Ufficio federale di statistica e mostrano dati empirici in risposta a queste domande.

  1. Ma quanti musulmani e musulmane sono effettivamente praticanti in Svizzera?

Come si può vedere dal grafico i musulmani in Svizzera non sono più praticanti della popolazione di religione cristiana, e, tralasciando in questo contesto i possibili fattori per questa mancata pratica, presentano addirittura una partecipazione globale minore dei fedeli di confessione protestante.

  1. È veramente razionale pensare che si possa presentare l’eventualità che una massa di fedeli musulmani preghi in luoghi pubblici?

Anche qui i dati ci mostrano una situazione alquanto diversa da una nostra possibile percezione. Vi sono certamente più del 10% dei musulmani che pregano svariate volte al giorno, ma la percentuale di fedeli che prega “tutti i giorni o quasi” è la stessa dei corrispettivi cattolici e protestanti. Inoltre, un buon 40% di musulmani, dato molto elevato, non aveva mai pregato nell’anno precedente al rivelamento dei dati.

  1. E se i musulmani residenti in Svizzera fossero “secolarizzati” quanto noi?



In questo terzo grafico possiamo vedere che i musulmani valutano la propria religiosità in modo simile ai fedeli di altre confessioni, con l’eccezione dei cristiani evangelici, i quali si caratterizzano anche in questo caso da percentuali ampiamente maggiori. I musulmani, nell’autovalutazione della propria religiosità, presentano certo percentuali più alte rispetto a cattolici, protestanti o appartenenti ad altre religioni, ma non di molto. Per questo motivo, rimanendo nella logica seppur criticabile del termine “secolarizzazione” in quanto allontanamento dalla propria religione, il grafico mostra che vi è una percentuale considerevole di musulmani che si caratterizza da questo stesso processo che accomuna anche esponenti di altre religioni.

Tutti questi dati mostrano bene come sia necessario distaccarsi da alcune percezioni che circolano nella nostra società e che diffondono l’idea che i musulmani siano necessariamente più religiosi, più praticanti, più devoti dei rispettivi cristiani “secolarizzati”; insomma, che siano diversi, in massa e a priori. Una generalizzazione simile va assolutamente sfatata, non solo poiché falsa, ma anche per i sentimenti che essa può suscitare nelle persone musulmane, le quali si vedono spesso confrontate con questo tipo di discorsi che fanno di tutta l’erba un fascio, e che, di fatto, non considerano l’individualità che ogni musulmano e musulmana, ovviamente, porta con sé. Recentemente, ho avuto una conversazione proprio su questo tema con una ragazza musulmana, la quale celava tristezza e si mostrava giustamente stanca del fatto di dover costantemente giustificarsi del suo essere musulmana e addirittura del modo in cui esserlo. Ma perché tu non porti il velo?è solo una tra le tipiche domande che le sono rivolte, domande che, anche se magari senza volerlo, sono portatrici di preconcetti spersonalizzanti. Se rimaniamo in una logica di generalizzazione, dimentichiamo ingiustamente il fatto che ogni musulmano e ogni musulmana sono anch’essi individui con una molteplicità di interessi, idee e pensieri diversi, che hanno valore per se, senza essere legati a una sorta di essenza religiosa o culturale. Perché, quando si pensa a persone di fede cristiana si ammette a priori il fatto che tra di esse vi siano individui diversi, alcuni più devoti, altri meno, alcuni più praticanti, altri completamente lontani dalla religione dei propri genitori? Perché, invece, quando si parla di musulmani, sembra esserci in sottofondo la presenza costante di questa logica spersonalizzante di generalizzazione che impedisce loro di mostrarsi come singoli individui senza che le proprie idee vengano, a priori, collegate al loro essere musulmani?

Fonti

Ufficio federale di statistica UST (2016): Pratiche e credenze religiose e spirituali in Svizzera. Primi risultati dell'Indagine sulla lingua, la religione e la cultura. <https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home/statistiche/popolazione/rilevazioni/esrk.assetdetail.350459.html>, [consultazione 30.11.2025].

[1]N.B.: Sono cosciente che queste asserzioni rappresentano un’esagerazione dei luoghi comuni associati ai musulmani. Ho deciso di proporle in questa forma proprio per mostrare la problematica legata alle idee che si celano al loro interno, che ritengo siano purtroppo diffuse.

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Writing Mon, 13 Jan 2026 17:32:16 +0000
E se fossimo tutti musulmani? https://www.positivislam.ch/positivwriting/e-se-fossimo-tutti-musulmani https://www.positivislam.ch/positivwriting/e-se-fossimo-tutti-musulmani E se fossimo tutti musulmani?

Questo settembre ho iniziato il mio Master in Studi Interreligiosi e in Islam e Società alle Università di Berna e Friburgo. Ho così la possibilità di acquisire delle conoscenze più approfondite sull’islam, mondo in cui più mi addentro, più aumenta il mio interesse per le molte sfaccettature e la complessità che lo caratterizzano. Nelle ultime settimane ho frequentato un corso di esegesi, dove abbiamo analizzato le varie rappresentazioni dell’altro in rapporto all’identità musulmana all’interno del Corano. Ci siamo concentrati in particolare sulla cosiddetta “Gente del Libro” (ahl al-kitāb), termine con cui sono designati gli ebrei e i cristiani dell’epoca. La relazione riportata dal Corano tra i compagni di Maometto e la “Gente del Libro” è alquanto interessante: da una parte vi è il riconoscimento della sacralità delle scritture rivelate a ebrei e cristiani, quali la Torah e i Vangeli, d’altra parte vi è un continuo appello all’importanza di essere puri credenti (ḥanīf 
, musulmani), e cioè di non avere nessun altro Dio all’infuori di Allah. In quest’ultima accentuazione si cela certamente una differenza teologica fondamentale tra cristiani e musulmani, che risiede nella diversa concezione del proprio Dio. Da parte musulmana, infatti, la dottrina della Trinità non è concepibile, poiché comprometterebbe l’unicità di Allah. Questa chiara divergenza è già presente nel Corano, il quale, però, cerca altresì di trovare un terreno comune tra la “Gente del Libro” e la comunità di Maometto, come mostra il seguente versetto:

“Di': ‘O gente della Scrittura, addivenite ad una dichiarazione comune tra noi e voi: [e cioè] che non adoreremo altri che Allah, senza nulla associarGli, e che non prenderemo alcuni di noi come signori all'infuori di Allah”. Se poi volgono le spalle, allora dite: ‘Testimoniate che noi siamo musulmani’” (Sura 3:64).

Allah è quindi l’unico Dio, al Quale nulla può essere associato. Questa Sura non documenta solamente delle divergenze teologiche; essa si presenta come molto rilevante da un punto di vista di dialogo interreligioso. Soffermiamoci sull’ultima frase “Testimoniate che noi siamo musulmani”. Che cosa significa essere musulmani? Il termine musulmano, muslim, designa l’atto di arrendersi completamente a Dio, di essere devoto a Lui solo. Partendo da questo significato profondo, appare chiaro come la strada del dialogo tra adepti delle diverse religioni si apra interamente a una nuova prospettiva comune. Ogni persona può essere considerata musulmana.

Questa interessante interpretazione è descritta molto bene da Öszoy (2007). Secondo l’autore, se si considera l’aggettivo “islamico” o “musulmano” nel suo significato di profonda devozione a Dio, non solo si può parlare di un cristianesimo o di un ebraismo “islamici” o “musulmani”, ma si può anche presupporre l’esistenza di alcuni tipi di “islam non musulmani”, vale a dire non completamente fedeli ad Allah e ai suoi insegnamenti. Se si mostra una fede pura verso Dio, ecco allora che ogni fedele, indipendentemente dal suo credo, può essere considerato musulmano, in questa particolare accezione di completa devozione a Dio, ad Allah. Basandosi su una tale prospettiva innovativa di unità, viene a mio parere favorita un’apertura veritiera verso l’altro e viene posta una solida base per un dialogo comune tra uomini e donne di differenti religioni, volto a favorire una convivenza rispettosa e pacifica all’interno di ogni società.

Vorrei concludere con la citazione di un altro versetto del Corano, il quale trasmette un messaggio immediato, anch’esso fondamentale in una prospettiva di dialogo interreligioso.

E su di te abbiamo fatto scendere il Libro con la Verità, a conferma della Scrittura che era scesa in precedenza e lo abbiamo preservato da ogni alterazione. Giudica tra loro secondo quello che Allah ha fatto scendere, non conformarti alle loro passioni allontanandoti dalla verità che ti è giunta. Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi. (Sura 5:48)

Il giudizio non è facoltà degli esseri umani; esso spetta unicamente ad Allah. Come esseri umani ci rimane quindi la possibilità di impegnarci per il bene collettivo. All’interno di questo cammino comune, le religioni possono ricoprire un ruolo decisivo come fattori di coesione sociale, volti a favorire la comprensione e il rispetto reciproco. Non vi è bisogno, e non sarebbe nemmeno giusto voler rimuovere le differenze tra le varie credenze; fondamentale è invece la volontà di conoscersi reciprocamente e di trovare un punto di partenza che accomuni persone di differente appartenenza religiosa. Un esempio l’ho appena proposto in questo post: il fatto che, anche all’interno di altre religioni, possiamo riconoscere un nostro fratello musulmano o una nostra sorella musulmana, una persona che segue dei principi universali con la nostra stessa devozione e sincerità.

Fonti

Özsoy, Ömer (2007): „Leute der Schrift“ oder Ungläubige? Ausgrenzungen gegenüber Christen im Koran. In: Schmid, Hansjörg/Renz, Andreas/Sperber, Jutta/Terzi, Duran (2007): Identität durch Differenz? Wechselseitige Abgrenzungen in Islam und Christentum. Regensburg: Pustet. 107–118.

<http://tanzil.net/#trans/it.piccardo/5:48>, [consultazione 28.11.2025].

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Writing Fri, 08 Mar 2026 13:28:35 +0000
Quando l’islam è al centro del discorso (parte 2) https://www.positivislam.ch/positivwriting/quando-l-islam-e-al-centro-del-discorso-parte-2 https://www.positivislam.ch/positivwriting/quando-l-islam-e-al-centro-del-discorso-parte-2 Quando l’islam è al centro del discorso (parte 2)

Ricordate ancora il mio ultimo post in cui ho parlato della retorica spesso utilizzata nei confronti dell’islam, di come riconoscerla e di come adottare uno sguardo critico nei confronti di determinate argomentazioni? In questo nuovo contributo desidero completare la mia riflessione, presentandovi ulteriori strategie retoriche contestabili, ma spesso adottate all’interno del discorso sull’islam.

Ma dove eravamo rimasti? …All’analisi della citazione di Matteo Salvini, che vi ripresento qui di seguito:

“Il problema dell'Islam è che è una legge, non una religione: nel nome di un Dio impone una legge secondo me incompatibile con i nostri valori, i nostri diritti e le nostre libertà. Io non voglio che in casa mia si insedino persone per cui la donna vale meno dell'uomo, la giustizia islamica prevale sulla giustizia italiana, la libertà di pensiero è limitata da quello che prevede il Corano” (Sky/TG24 2018).

Vi avevo lasciato con un “compito”, cioè quello di cercare altri punti problematici in questo intervento. Vi svelo di seguito la mia “soluzione”.

A mio parere, in questa corta citazione, possiamo individuare ancora due tipologie di discorso sull’islam. La prima problematica è da vedere nel riferimento di Salvini all’islam in quanto “legge” e “non religione”, la quale verrebbe imposta e sarebbe incompatibile con i valori italiani. Da questo passaggio notiamo chiaramente come il premier italiano unisca il lato religioso dell’islam (che arriva addirittura a negare, forse a fini persuasivi) alla dimensione politica. Già qui possiamo notare una presa di posizione netta che non si preoccupa di presentare l’islam adottando una visione differenziata dei molteplici aspetti che lo caratterizzano (cf. Schulze 1991: 10), ma che ne dà una visione negativa e omogeneizzante. Ecco così un terzo argomento ricorrente, che si aggiunge alla lista cominciata nel post precedente:

  1. La presentazione dell’islam e dei musulmani come incompatibili con l’Occidente dal punto di vista culturale e della civiltà (cf. Hafez 2010: 135), supposizione che viene spesso sostenuta dall’argomento secondo cui l’islam non permetta una separazione tra stato e religione e non abbia raggiunto lo stadio di secolarizzazione e le conquiste derivanti dall’Illuminismo occidentale, o addirittura che rappresenti un pericolo per le stesse (cf. Bielefeldt 22010: 185–188)[1]

È anche bene notare come, sempre nella citazione di Salvini, l’uso degli aggettivi possessivi sia molto efficace da un punto di vista retorico. Sostenere semplicemente che l’islam sia incompatibile con i valori degli italiani ha sicuramente un effetto persuasivo minore del giudicarlo estraneo ai “nostri valori, i nostri diritti e le nostre libertà”. Ripetendo tre volte l’aggettivo “nostro”, Salvini enfatizza l’incompatibilità dell’islam con le conquiste positive che accomunano gli italiani, rappresentati come gruppo omogeneo e ben distinto dall’islam. Che di conquiste si sta parlando, non è direttamente visibile nella lettura superficiale della citazione, ma è molto probabilmente sottointeso. Questi valori, diritti e libertà sono, come detto, solitamente ricondotti al periodo dell’Illuminismo. Il fatto che l’islam sia un pericolo per i valori del proprio gruppo si può leggere anche nell’esternazione di Salvini, secondo cui esso rappresenti una limitazione della libertà di pensiero e una “deviazione” dalla “giustizia italiana”.

Salvini sostiene la sua attitudine esclusiva (islam/musulmani vs. “casa mia”) con alcuni esempi. È qui che troviamo un altro argomento ricorrente, cioè:

  1. La considerazione delle donne musulmane come aventi meno diritti dei rispettivi uomini e come sottomesse a loro.

Siamo qui confrontati con una generalizzazione. Non solo l’argomento presuppone che tutte le persone musulmane abbiano le stesse opinioni e attitudini, ma fa anche passare implicitamente l’idea che ogni italiano consideri effettivamente la donna come pari all’uomo. Che purtroppo ci sia ancora molto lavoro da fare perché la donna sia trattata allo stesso modo dell’uomo sotto tutti i punti di vista, anche in Italia o nei paesi occidentali, viene però tralasciato (si pensi, per citare un solo esempio, alla disparità salariale).

Per concludere, vorrei fare prima di tutto una precisazione su ciò che ho cercato di trasmettere con i miei ultimi due post. Essi sono stati un tentativo di far capire quanto dei discorsi politici che ci sembrano a prima vista chiari e coerenti possano contenere in realtà numerosi argomenti, espliciti o meno, che hanno lo scopo di giustificare un’attitudine di esclusione e la stigmatizzazione di un determinato gruppo di individui.

La retorica che si nasconde dietro questi argomenti, ricorrenti specialmente tra esponenti di partiti populisti di destra, si basa di fatto sulla semplificazione di fenomeni sociali complessi e, troppo spesso, sull’individuazione di capri espiatori con cui il cittadino medio, che fatica ad arrivare alla fine del mese, può prendersela; siano essi stranieri, migranti o musulmani. Il problema risiede però proprio nel forte impatto che questi discorsi esercitano all’interno della popolazione. Tale effettività risiede certamente nel fatto che questa retorica punta sulle emozioni delle persone, utilizzando argomenti semplici e diretti e donando risposte altrettanto semplici a temi che sono, in realtà, profondamente complessi (cf. Reisigl 2012: 149, che presenta una tipologia di 10 principi della retorica populista, dei quali mi sono appena riferita, tra le righe, a tre).

È molto più facile prendersela con il musulmano che, a causa della conoscenza superficiale che ne ricaviamo dai media, ci fa paura, piuttosto che cercare di conoscere veramente di chi si tratta. Ma è proprio questo secondo processo che dovremmo cercare di fare, proprio per superare gli stereotipi che ci vengono presentati; e magari arrivare a scoprire più similitudini che differenze in una persona che pensiamo a torto essere completamente estranea. Solo in questo modo si può costruire un’opinione personale fondata e contribuire alla formazione di una società in cui vigono il rispetto reciproco e la convivenza pacifica tra esseri umani!

[1] Questo terzo tipo di argomento potrebbe giustamente essere visto come una sottocategoria del secondo punto “Islam in quanto completamente estraneo all’Occidente e quindi non integrabile” (vedi blog precedente). È molto difficile se non impossibile trovare tipologie di argomentazione completamente distinte, poiché esse si completano e si influenzano a vicenda.

[2] Sono consapevole che un tema simile può essere affrontato nel migliore dei modi solo tramite un’analisi scientifica approfondita; ciò è ovviamente impossibile da raggiungere in un blog. Per questo motivo il commento di un solo testo non deve essere visto come riduzionistico, ma come esemplificativo di un fenomeno maggiore e ampiamente analizzato (vedi bibliografia).

Vorrei anche specificare che ho dovuto tralasciare l’analisi del contenuto degli argomenti sotto il punto di vista della loro veridicità o meno, limitandomi a commentarne le problematiche dal punto di vista argomentativo.

Bibliografia

Bielefeldt, Heiner (22010): „Das Islambild in Deutschland. Zum öffentlichen Umgang mit der Angst vor dem Islam“. In: Schneiders, Thorsten Gerald (Hrsg.) (22010): Islamfeindlichkeit. Wenn die Grenzen der Kritik verschwimmen. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften. 173–206.

Hafez, Farid (2010): Islamophober Populismus. Moschee- und Minarettbauverbote österreichischer Parlamentsparteien. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften.

Reisigl, Martin (2012): „Zur kommunikativen Dimension des Rechtspopulismus“. In: Sir Peter Ustinov Institut (Hrsg.) (2012): Populismus. Herausforderung oder Gefahr für die Demokratie? Wien: new academic press. 141–162.

Schulze, Reinhard (1991): „Vom Anti-Kommunismus zum Anti-Islamismus. Der Kuwait-Krieg als Fortschreibung des Ost-West-Konflikts“. Peripherie. Zeitschrift für Politik und Ökonomie in der Dritten Welt 41/1991. 512.

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Writing Fri, 08 Mar 2026 13:21:25 +0000
Quando l’islam è al centro del discorso (parte 1) https://www.positivislam.ch/positivwriting/quando-l-islam-e-al-centro-del-discorso https://www.positivislam.ch/positivwriting/quando-l-islam-e-al-centro-del-discorso Quando l’islam è al centro del discorso (parte 1)

Come riconoscere se siamo confrontati con una retorica intrisa da luoghi comuni?

Cosa siamo abituati a sentire riguardo all’islam? Che strategie retoriche vengono usate, specialmente in campo politico, riguardo un tema che ha una risonanza mediatica sempre maggiore? Vi sono strategie linguistiche che possono essere pericolose e portare alla legittimazione di attitudini di esclusione verso un determinato gruppo di persone?

In questo blog vorrei dare uno spunto per riflettere su queste interrogazioni e proporre la tesi secondo cui siamo spesso confrontati con una retorica che appoggia sulle nostre emozioni di naturale timore nei confronti di ciò che non conosciamo, e non sempre ce ne accorgiamo. Proprio per questo motivo, tali strategie linguistiche sono estremamente effettive ma anche pericolose se il nostro obiettivo è di promuovere una società plurale in cui più rappresentanti di più tradizioni convivono e discutono pacificamente.

Le mie riflessioni appoggiano su un sapere che ho acquisito durante i miei studi, ma specialmente grazie al mio lavoro di Bachelor, in cui ho analizzato un discorso di Björn Höcke sull’islam; quest’ultimo è un esponente del partito di destra tedesca Alternative für Deutschland. Il suo discorso è uno fra i tanti che vengono portati avanti da una parte dello spettro politico occidentale, per cui l’islam è descritto attraverso una serie di strategie retoriche che lo rappresentano come intrinsecamente estraneo all’Occidente, a meno che non ne avvenga un’assimilazione. Questa prospettiva si intreccia con numerose altre dinamiche globali, a cui siamo sempre più esposti, sicuramente dal punto di vista mediatico; basti citare il terrorismo di matrice islamica (discusso molto più ampiamente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, cf. Halm 22008: 96) o la migrazione verso l’Europa di „masse“ di individui, aventi una cultura e una religione diversa dalla nostra (È davvero sempre così? O non sono ad esempio molti eritrei o anche siriani di religione cristiana? Quanto siamo disposti ad entrare veramente in contatto con queste persone?).

Dopo questa lunga introduzione volta anche a far riflettere su nostri pensieri o stereotipi (che, la maggior parte delle volte, derivano dalla non conoscenza, perlomeno diretta, di un determinato fenomeno o di persone che lo rappresentano), vorrei proporvi una lista pratica di alcuni tra gli argomenti utilizzati soprattutto da esponenti della destra populista per descrivere l’islam in opposizione all’Occidente. I primi due verranno presentati qui, gli altri seguiranno nel prossimo post!

  1. L’islam rappresentato come un complesso indefinito che invade l’Occidente in un processo lento e nascosto di „islamizzazione“ (cf. Hafez 2010: 128–131)

Ecco un argomento spesso utilizzato secondo cui l’islam, presentato come un complesso omogeneo, rappresenti una minaccia per l’identità occidentale, tradizionalmente cristiana e liberale.

Per dare alcuni esempi pratici, si può iniziare dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, il quale ha descritto ad inizio anno il proprio paese come „ultimo bastione nella lotta contro l’islamizzazione dell’Europa“ (The Guardian 2018). Oppure, vi riporto un estratto in traduzione italiana del discorso di Björn Höcke sull’islam datato 2016, che ho analizzato nel mio lavoro di Bachelor. Il politico dell’AfD si esprime in questo modo sulla Turchia guidata da Erdogan: “Cari amici, la Turchia moderna e laica di un Kemal Atatürk si sta dissolvendo gradualmente, lo Stato secolare è in ritirata e la Turchia si concepisce sempre di più come testa di ponte per l’islamizzazione dell’Europa” (cf. AfD-Landtags-TV 2017). Sostenendo il suo argomento con un gergo militare[1], Höcke addita il governo turco in quanto sostenitore principale di questo ipotetico processo velato di islamizzazione dell’Europa. Infatti, l’espressione testa di ponte può essere usata metaforicamente “per indicare un nucleo coerente di forze o elementi favorevoli sul quale appoggiarsi per introdursi in uno scenario […] estraneo” (educalingo).

Questo argomento alludente ad un’invasione risulta molto efficace per il suo forte riferimento ad uno scenario che fomenta le paure individuali che ognuno possiede quando si tratta di entrare in contatto con qualcosa di nuovo, a cui non siamo abituati, o più semplicemente con “l’altro”. Esso può essere criticato nella sua semplificazione di dinamiche più complesse e omogenizzazione di un gruppo di individui dietro al termine “islam”. Ci sarebbe infatti da chiedersi chi rappresenti questo pericoloso islam che ci starebbe invadendo. Tutti i musulmani? O solo i musulmani „radicali“? Uomini? Migranti? Cosa dire invece di donne o bambini?

  1. Islam in quanto completamente estraneo all’Occidente e quindi non integrabile

Questa posizione è stata espressa molto chiaramente sempre da Viktor Orbán nel 2015, anno in cui, riferendosi ai flussi migratori di richiedenti l’asilo sulla rotta balcanica, egli ha rifiutato la politica di accoglienza dell’Unione Europea attraverso l’argomento secondo cui la maggioranza dei migranti fosse musulmana e quindi rappresentasse una minaccia per l’identità europea e le sue radici cristiane (The Guardian 2015).

Anche Matteo Salvini si è espresso, a febbraio 2018, in una direzione simile: “Il problema dell'Islam è che è una legge, non una religione: nel nome di un Dio impone una legge secondo me incompatibile con i nostri valori, i nostri diritti e le nostre libertà. Io non voglio che in casa mia si insedino persone per cui la donna vale meno dell'uomo, la giustizia islamica prevale sulla giustizia italiana, la libertà di pensiero è limitata da quello che prevede il Corano” (Sky/TG24 2018).

…per ora ci fermiamo qui! Ma vi propongo una sfida: provate ad analizzare voi l’ultima citazione del ministro dell’interno italiano. Trovate altri punti problematici nel suo intervento?

Vi dò un indizio: è possibile individuare ancora due tipi di discorsi sull’islam. La risposta la troverete nel prossimo blog, in cui continuerò con la lista appena iniziata!

[1] Cf. i termini „in ritirata“, „testa di ponte“.

Bibliografia

AfD-Landtags-TV: Björn Höcke: Entweder der Islam entschärft sich in Europa oder er wird aus Europa verabschiedet. Demonstration der AfD-Thüringen, Erfurter Domplatz [18.05.2025]. <https://www.youtube.com/watch?v=61DFprVGUiU>, [31.05.2025].

Boffey, Daniel (18.02.2026): Orbán claims Hungary is last bastion against 'Islamisation' of Europe. PM steps up populist rhetoric in annual state of the nation speech ahead of April elections. <https://www.theguardian.com/world/2018/feb/18/orban-claims-hungary-is-last-bastion-against-islamisation-of-europe>, [12.09.2025].

Educalingo dizionario: Testa di ponte. <https://educalingo.com/it/dic-it/testa-di-ponte>, [12.09.2025].

Hafez, Farid (2010): Islamophober Populismus. Moschee- und Minarettbauverbote österreichischer Parlamentsparteien. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften.

Halm, Dirk (22008): Der Islam als Diskursfeld. Bilder des Islams in Deutschland. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften.

Sky/TG24 (08.02.2026): Salving: "L'Islam non è compatibile con la Costituzione". <https://tg24.sky.it/politica/2018/02/08/salvini-islam-non-compatibile-costituzione.html>, [12.09.2025]

Traynor, Ian (03.09.2025): Migration crisis: Hungary PM says Europe in grip of madness. Viktor Orb attacks EU policy, saying the influx of Muslim refugees poses a threat to Europe's Christian identity. <https://www.theguardian.com/world/2015/sep/03/migration-crisis-hungary-pm-victor-orban-europe-response-madness>, [12.09.2025].

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Writing Thu, 06 Dec 2025 13:06:01 +0000
Il radicalismo islamico come indice di una problematica generazionale? https://www.positivislam.ch/positivwriting/il-radicalismo-islamico-come-indice-di-una-problematica-generazionale https://www.positivislam.ch/positivwriting/il-radicalismo-islamico-come-indice-di-una-problematica-generazionale Il radicalismo islamico come indice di una problematica generazionale?

Di fronte a una forma di radicalismo violento d’impatto così immediato come il terrorismo, è normale reagire con sentimenti di paura, incomprensione e assoluto rifiuto. Numerose domande sorgono spontanee nella mente delle persone comuni: Perché degli sconosciuti stanno apportando terrore nella mia vita? Perché questi fenomeni sembrano avvenire sempre più spesso? Per quale motivo i cosiddetti attentatori suicidi uccidono se stessi e altri in nome dell’islam?

Se non si conosce la religione musulmana, vi è quindi il rischio che qualsiasi contatto con essa venga rifiutato a priori, poiché, a causa di una paura individuale spesso fomentata mediaticamente e in ambito politico, vanno a mancare l’interesse e la volontà di addentrarsi in un’analisi più approfondita. Alle legittime questioni che la maggior parte degli occidentali si pone dopo attentati terroristici, vengono date varie risposte, che spaziano dalla semplificazione dell’atto con la sua generalizzazione al singolo musulmano a tentativi di analisi più ampi proposti da alcuni media o esperti del campo.

In questo blog vorrei discutere la teoria del politologo francese Oliver Roy, il quale vede nel radicalismo islamico un’espressione di un problema generazionale proprio alla società occidentale.[1] Egli si distacca dal concetto di radicalizzazione dell’islam, portando avanti l’idea di un’“islamizzazione della radicalità”, secondo cui l’islam funga semplicemente da cornice a un fenomeno moderno di violenza (Mauro 2017).

I giovani jihadisti provengono prevalentemente da Europa e Stati Uniti e appartengono a due categorie principali, la prima comprendente ragazzi di seconda generazione cresciuti in Occidente, l’altra i convertiti. Ciò che accomuna entrambi i gruppi è la rottura con la cultura e religione dei propri genitori e il netto rigetto della società occidentale (cf. Roy 2014: 115 & Roy 2015). Lo schema di rivolta del giovane tipo è sempre lo stesso: un individuo normale, che non è mai stato particolarmente devoto o non hai mai seguito la pratica religiosa dei propri genitori, cambia improvvisamente comportamento diventando religioso, isolandosi, per poi passare all’atto in un tempo relativamente breve (cf. Roy 2014: 115).

La specificità islamica del radicalismo risiederebbe così solo nella causa, cioè nella presenza di cellule fondamentaliste che offrono a giovani senza prospettive la possibilità di esprimere il proprio bisogno di rivalsa (cf. Roy 2014: 115–116). Per Roy (2014: 115), gli atti terroristici sono quindi espressione di un nichilismo generazionale che va al di là delle frontiere religiose. Questo fenomeno è da riportare alla perdita di punti fissi e di valori nella propria vita e al senso di non appartenenza alla propria società, motivi per cui il giovane si rinchiuderebbe nella narrativa jihadista, in cui egli stesso compie l’atto violento ed è glorificato come eroe (cf. Roy 2014: 114–115 & Roy 2008: 7). Ma, ci interpella l’autore, che differenza strutturale c’è tra l’attentato terrorista in nome dell’islam, le sparatorie nelle scuole americane oppure ancora la strage di Anders Breivik in Norvegia? Sono tutte semplicemente varie forme che esprimono uno stesso nichilismo, proprio alla gioventù del mondo occidentale (cf. Roy 2014: 116 & Roy 2015).

L’analisi di Roy mi pare molto stimolante per discutere in modo più conscio il problema della radicalizzazione, un tema in cui luoghi comuni e strumentalizzazioni sono spesso la regola. Da una parte, bisogna sicuramente interrogarsi sulla modalità in cui questi tipi di discorsi vengono diffusi nella società occidentale. Essi sono sovente plasmati attraverso strategie retoriche che alimentano politiche di chiusura, esclusione ed emarginazione. In questo contesto, le analisi di Roy appaiono molto utili per interrogarci sui motivi per cui molti giovani jihadisti siano in realtà figli delle società occidentali. Confrontati con il problema della radicalizzazione dobbiamo così chiederci che responsabilità abbiamo noi in quanto cittadini europei, musulmani e non, a tal riguardo. Perché la maggior parte dei “carnefici” ha vissuto nello stesso paese delle “vittime” e lì vi ritorna per compiere l’atto distruttivo? Che modelli d’integrazione dovremmo rivedere, riformare oppure ampliare? Quali problemi sussistono tra i giovani nella nostra società occidentale?

D’altra parte, ritengo ugualmente importante portare avanti un processo di avvicinamento e conoscenza del mondo musulmano, per discutere insieme delle problematiche effettive di entrambe le parti, con lo scopo di innalzare una voce comune contro ogni forma di violenza ingiustificata.

Fonti

Mauro, Ezio (01.06.2025): Perché i figli d’Europa scelgono l’Isis. Nati in Occidente, scolarizzati pronti a morire per "il vero Islam". Il nuovo libro di Olivier Roy. <http://www.repubblica.it/cultura/2017/06/01/news/ezio_mauro_il_vero_islam_olivier_roy-166974155/>, [21.08.2025].

Roy, Olivier (2008): “Al-Qaeda in the West as a Youth Movement: The Power of a Narrative”. CEPS Policy brief, 168/2008. <https://www.ceps.eu/system/files/book/1698.pdf>, [21.08.2025].

Roy, Olivier (2014): “Al-Qaida et le nihilisme des jeunes”, Esprit 2014/3 (Mars/Avril), p. 112-116.

Roy, Olivier (27.11.2025): “Quella dei jihadisti è una rivolta generazionale e nichilista”. Tradotto da Sparacino, Andrea. <https://www.internazionale.it/opinione/olivier-roy/2015/11/27/islam-giovani-jihad>, [21.08.2025].

[1] È importante menzionare che la teoria di Roy è duramente criticata da altri esperti, in particolare da Gilles Kepel, il quale ritiene fondamentale studiare il fenomeno della radicalizzazione nella sua peculiarità musulmana, attraverso lo studio della lingua araba e tramite ricerche sul campo. Cf. ad es.: <http://www.liberation.fr/debats/2016/03/14/radicalisations-et-islamophobie-le-roi-est-nu_1439535>, [21.08.2025].

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Writing Thu, 25 Oct 2025 11:20:05 +0000
La “Poetessa”: l’esempio di Hissa Hilal https://www.positivislam.ch/positivwriting/la-poetessa-l-esempio-di-hissa-hilal https://www.positivislam.ch/positivwriting/la-poetessa-l-esempio-di-hissa-hilal La “Poetessa”: l’esempio di Hissa Hilal

“Critico la rigidità religiosa, il terrorismo e chi uccide in nome dell’Islam. Critico chi vuole gli arabi chiusi tra di loro e ostili nei confronti degli altri.”

(“The Poetess” 2017)

A Toronto, nell’ambito di un festival dei diritti umani svoltosi lo scorso aprile, ho avuto modo di visionare “The Poetess”, documentario di Stefanie Brockhaus e Andreas Wolff che racconta la storia di Hissa Hilal, donna attivista saudita, famosa per le sue poesie rivoluzionarie che l’hanno portata ad aggiudicarsi il terzo posto nello show televisivo “Million’s Poet” [Sha’ir al-Milyun] (cf. Fabiani/Panarella). Si tratta di una competizione tra poeti di lingua araba che ha luogo annualmente negli Emirati Arabi Uniti ad Abu Dhabi. Lo spettacolo gode di considerevole importanza, in quanto seguito da decine di milioni di spettatori nel mondo arabo e non (cf. Ghiani 2010). I concorrenti sono chiamati a recitare la propria composizione poetica in stile tradizionale beduino nabati, forma lirica antica comune a svariati paesi arabi (cf. Ghiani 2010 & Bulkley 2009).

Hissa Hilal, prima donna ad essere stata premiata nell’ambito del talent show nel 2010, è divenuta famosa soprattutto per aver denunciato, attraverso le sue poesie, il radicalismo di matrice islamica. L’argomento che la poetessa ha coraggiosamente deciso di tematizzare non ha certo mancato di suscitare segni di disprezzo tra alcuni auditori, per non parlare delle minacce di morte nei suoi confronti (cf. Ghiani 2010 & “The Poetess”). Il film mostra così la forza di una donna profondamente ancorata alla propria fede islamica, ma anche capace di denunciare coloro che agiscono o applicano in modo radicale la religione musulmana.

Nelle prime fasi eliminatorie del concorso, la poetessa aveva già stupito il suo pubblico tramite la recitazione di due poesie facenti riferimento al concetto di emancipazione femminile. È stato però il poema denunciante quelle fatwa che incoraggiano alla violenza ad assicurare a Hissa Hilal il posto in finale. La poetessa parla di questi suoi versi come segue: «Ho criticato le fatwe estremiste e terroriste e gli assassini. Ho rotto un tabù e intorno a me accade una grande esplosione» (Fabiani/Panarella). A questo punto vorrei riportare la poesia denominata “Il caos delle fatwa”, in una tentata traduzione italiana:

Ho visto il male negli occhi delle fatwa in un tempo in cui ciò che è permesso viene confuso con ciò che è vietato. Quando svelo la verità, un mostro emerge dal suo nascondiglio, crudele nel pensiero e nelle azioni, rabbioso e cieco, indossa una veste e una cintura di morte. Parla da una piattaforma ufficiale e potente, terrorizzando la gente, chiunque cerca la pace diventa sua preda. La voce del coraggio è scomparsa e la verità è silenziosa, quando l’interesse personale impedisce all’individuo di pronunciare la verità (traduzione da Wright: 2011).

Hissa Hilal denuncia attraverso il suo poema tutte quelle fatwa che considera essere state pronunciate con lo scopo di terrorizzare le persone (cf. Hassan 2010). La poetessa utilizza la parola “verità”, proclamandosi rivelatrice di essa. In opposizione a questo concetto vi sono chiaramente coloro che “indossano una veste e una cintura di morte”, cioè gli attentatori suicidi, che sono lungi dal conoscere la verità, nonostante si definiscano autentici proclamatori e difensori di essa. Nella poesia, gli estremisti che pronunciano leggi religiose violente vengono opposti ai cercatori di pace, destinati a diventare loro prede. Questa riflessione mostra il processo d’inversione di valori tipico ad ideologie estremiste, in cui una realtà assoluta viene propagata e contrapposta a tutto ciò che devia da essa, impedendo la convivenza di una pluralità di opinioni. La poetessa addita l’illiceità di tale azione; è questa la verità che svela.

Vale infine la pena rilevare che Hilal ha partecipato alla competizione indossando il velo integrale, il niqab. La donna dice di aver notato come persone di paesi occidentali la osservino in modo sospetto, proprio perché indossa questo capo di vestiario. Sarebbero gli estremisti i responsabili di tale riserbo, in quanto fonte della cattiva ed erronea reputazione subita da individui musulmani (cf. Hassan 2010). La poetessa aggiunge in un’altra esternazione: “Queste fatwe vogliono isolare la società araba e dichiarare tutti gli altri come nemici. Il niqab non significa che tu sei favorevole a una ideologia ostile, che tu sei un estremista o un terrorista che desidera distruggere gli altri. Il niqab ha un background socioculturale. Il malinteso è che gli estremisti usano questo abito come loro simbolo. Forse il poema della fatwa cambierà la storia o diventerà parte della lotta femminista. Non solo per il suo valore letterario ma anche per il suo discorso sociale” (Fabiani/Panarella).

Ritengo che sia fondamentale riportare storie di personalità come Hissa Hilal, poiché rappresentano una voce forte, interna all’ambiente musulmano, che permette di superare vari luoghi comuni e discernere tra chi il terrorismo lo propaga e chi lo subisce, senza dimenticare che questi ultimi sono principalmente i fedeli musulmani stessi.

Fonti:

Bulkley, Kate (2009): Million's Poets. Spoken word brings social change. <https://www.theguardian.com/middleeastmedia/millions-poets>, [28.05.2025].

Fabiani, Rossella/Panarella, Elena: Cinema, Hissa Hilal: una poetessa contro gli estremisti.<https://spettacoliecultura.ilmessaggero.it/cinema/cinema_hissa_hilal_una_poetessa_contro_gli_estremisti-3669632.html>, [28.05.2025].

Ghiani, Omar: Arabia Saudita: le donne, la poesia e il caso di Hissa Hilal [29.04.2025]. <http://www.limesonline.com/arabia-saudita-le-donne-la-poesia-e-il-caso-di-hissa-hilal/12478>, [28.05.2025].

Hassan, Hassan (2010): Million's Poet finalist defies death threats. <https://www.thenational.ae/uae/million-s-poet-finalist-defies-death-threats-1.562756#full>, [30.05.2025].

Spencer, Samuel (2016):Million’s Poet: Abu Dhabi’s Prestigious Poetry Programme. <https://theculturetrip.com/middle-east/united-arab-emirates/articles/million-s-poet-abu-dhabi-s-prestigious-poetry-program/>, [30.05.2025].


Wright, Robin (2011): Rock the Casbah. Rage and Rebellion Across the Islamic World. New York: Simon & Schuster. <https://books.google.ca/books?id=numqfH3FgY8C&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_atb#v=onepage&q&f=false> [30.05.2025].

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Writing Thu, 02 Aug 2025 09:09:28 +0000
Allah Akbar - Une expérience immédiate https://www.positivislam.ch/positivwriting/allah-akbar-une-experience-immediate https://www.positivislam.ch/positivwriting/allah-akbar-une-experience-immediate Allah Akbar - Une expérience immédiate

Une contradiction évidente

Je pense que, lorsque l’on interroge un Européen à propos de l’islam, il ne sache que deux mots arabe qui sont actuellement connus d’une manière superficielle: "Allah Akbar". Quelle connotation ces mots ont ils dans la pensée de la majorité des individus occidentaux? À quels événements se réfèrent-ils? La réponse paraît très simple: on pensera aux attentats terroristes et leur connotation sera ainsi négative. On ne considérera probablement pas que les mêmes mots sont utilisés, à titre d’exemple, pendant l’appel du muezzin à la prière, c’est-à-dire pendant l’adhān. Est-il vraiment possible qu’une expression qui accompagne cinq fois par jour la vie de milliards de musulmans soit négative? Il semble évident qu’il y ait une contradiction entre deux utilisations du même terme "Allah Akbar". Qu’elle est, donc, la véritable signification d’une expression utilisée dans des contextes si opposés?

Des enseignements valables pour une vie entière

En tant que bloggeuse, je souhaite ouvrir une réflexion en partant de mon expérience personnelle. Pendant le mois de mars 2018 j’ai voyagé seule au Maroc, pays à majorité musulmane. C’est là qu’une personne du pays m’a appris, peut-être sans même s’en rendre compte, la véritable signification de l’expression "Allah Akbar".

"Allah Akbar" signifie que Dieu est Le plus grand, une expression qui témoigne de la profonde confiance qu’ont les musulmans en Lui. Chaque fois que j’entendais l’adhān du muezzin, si j’étais en compagnie d’un musulman croyant, je pouvais l’entendre répéter "Allah Akbar"; et je peux assurer que personne n’aurait jamais pu associer ces mots à quelque chose de négatif. Naturellement on pourrait justement m’objecter qu’il s’agit dans ce cas là d’une observation superficielle. C’est pour cela que je vais essayer d’expliquer de façon plus approfondie ce que m’a appris la personne en question.

Cet homme était pour moi une personne de référence au Maroc, une aide précieuse pour mes premiers pas à travers le pays et sa culture. En voyageant seule, il n’est pas difficile d’imaginer combien ma mère était préoccupée pour moi. Une fois, lors d’un appel à la maison, elle a ainsi voulu remercier mon nouvel ami pour tout ce qu’il était en train de faire pour moi. La réponse qu’elle a reçu était la suivante: "Moi, je n’ai rien fait, il faut remercier Dieu pour cela". C’est ainsi grâce à Allah que Majid, de son prénom, a eu l’occasion de m’aider; c’est grâce à Lui qu’on s’est rencontrés et qu’on a partagé des expériences ensemble. C’est Allah qui a voulu tout cela.

Pendant mon séjour au Maroc, j’ai eu la possibilité d’entrer en contact avec plusieurs personnes du lieu. J’ai trouvé la façon dont leur vie est liée à la dimension divine fascinante. La plupart des expressions de salut et de relation entre tous les individus est en fait ancrée en Allah; "Inshallah", si Allah le veut, en est seulement un exemple parmi tant d’autres.

Une ouverture vers l’autre

Il semble que, pour les personnes que j’ai eu le plaisir de connaître, rendre service aux autres soit absolument naturel, même si, comme dans mon cas, il s’agit d’aider l’amie d’un ami que l’on ne connaissait même pas. "Je te donne quelque chose, comme par exemple l’hospitalité, mais je ne veux rien en échange. Je te rends service afin que tu puisses aussi faire la même chose pour d’autres à l’avenir". C’est encore un autre enseignement de cette même personne, le fait de ne rien attendre en échange. Une telle attitude était si nouvelle pour moi, que j’en étais au début à la fois désorientée mais finalement profondément fascinée. On sait que l’on ne pourra pas récompenser une telle aide ou une telle hospitalité, geste qui se révèlerait d’ailleurs inutile, parce que le fait d’être hôte, de sourire et de remercier est déjà suffisant.

Une réponse qui découle d’une expérience immédiate

Les plans d’Allah sont parfaits. Si Allah a décidé d’un cheminement spécifique pour une personne, il est correct. Rien n’est laissé au hasard: même la rencontre avec un inconnu pendant une journée ordinaire vaut la peine d’être vécue pleinement, car si Allah nous a mis cet individu sur notre route, c’est qu’Il l’a voulu. Il s’agit d’une totale confiance en Allah et en ses projets. Cette abnégation envers Dieu est quelque chose d’admirable. Il s’agit d’une force que j’ai fortement ressenti au Maroc. Et c’est une force extrêmement positive qui témoigne de la vraie signification des mots "Allah Akbar".

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Writing Mon, 04 Jun 2025 13:48:00 +0000