Dignaz https://www.positivislam.ch Sat, 19 Sep 2025 12:41:39 +0000 Joomla! - Open Source Content Management en-gb La soluzione ignorata: associazioni di giovani musulmani https://www.positivislam.ch/positivwriting/la-soluzione-ignorata-associazioni-di-giovani-musulmani https://www.positivislam.ch/positivwriting/la-soluzione-ignorata-associazioni-di-giovani-musulmani La soluzione ignorata: associazioni di giovani musulmani

Care lettrici, cari lettori, ben tornati!

Oggi vorrei raccontarvi di un fenomeno molto particolare, molto interessante, eppure poco conosciuto: l’associazionismo giovanile islamico.

No, non si tratta di piccoli campi reclutamento dedicati ai giovani :P

La forza delle seconde generazioni

Come ben sapete, la comunità islamica ha tanti problemi, interni (divisioni, instabilità, ecce cc) ed esterni (integrazione, convivenza, ecc). Problemi che tutti quanti, musulmani e non, vorremmo vedere risolti. Per i problemi interni, non sono così bravo da avere delle soluzioni su misura, però c’è qualcosa da dire su tutti quei problemi che riguardano l’interazione tra il mondo “musulmano” ed il mondo “occidentale”.

Di fatto, l’islam è una religione, mentre quando si parla di occidente, si parla di cultura. Quindi non ci dovrebbero essere problemi. Solo che i “musulmani” che vengono dal di fuori del nostro paese, tipicamente portano con sé un bagaglio misto di cultura e religione che spesso porta molta confusione.

Le seconde e le terze generazioni, con tutte quelle che seguono, lentamente capovolgono la situazione, riuscendo a mediare meglio tra culture diverse, essendo loro stessi cresciuti con un bagaglio di più culture nella loro stessa casa.

Spesso, questi giovani si impegnano anche in attività di diverso genere tramite associazioni. In Svizzera ci sono associazioni di studenti musulmani in tutte le principali università, così come ci sono associazioni nelle più grandi città, ed a volte anche associazioni che cercano di essere presenti in interi cantoni.

Di cosa si tratta? Allenamento? Uso delle armi? Certo che no. Stiamo parlando di giovani che si riuniscono soprattutto a scopo sociale, i quali spesso organizzano eventi aperti a tutti per approfondire determinati temi legati sia al mondo religioso islamico che alla quotidianità di tutti i giorni. Ad esempio, ricordo un evento organizzato dagli studenti musulmani di Zurigo, interamente dedicato all’etica (anche dal punto di vista islamico) dietro al mondo dell’intelligenza artificiale, o un altro evento, organizzato dagli studenti di Berna, che parlava di come si fosse diffuso l’islam in Albania (per sfatare il mito comune che l’islam si sia diffuso con la spada).

In varie zone della Svizzera, durante il mese lunare di Ramadan, vi sono alcune delle associazioni di giovani musulmani che organizzano degli “iftar” (La cena che segna la conclusione della giornata di digiuno) in compagnia di membri delle istituzioni e di… un po’ chiunque! Il fatto di vivere questo momento di condivisione tutti quanti assieme, è davvero toccante, soprattutto se visto in prima persona.

C’è sempre un però

C’è però un problema: spesso le moschee, soprattutto per una questione culturale, non apprezzano che i giovani prendano così tanta indipendenza e libertà d’azione, e spesso non li aiutano minimante in queste imprese, e anzi, cercano di starne il più lontano possibile.

Allo stesso modo, le istituzioni (comune, cantone, ecc) tendono (a seconda del luogo) ad ignorare l’associazione per i motivi più svariati, tipicamente islamofobia e razzismo.
A titolo di esempio, in Ticino, è successo che l’associazione dei giovani chiedesse il supporto del comune di Lugano nell’organizzare un evento, senza però ricevere nemmeno una risposta dopo tanti mesi.

I giovani, quindi, seppur armati di tanta buona intenzione, si ritrovano spesso da soli e senza supporto.
Questo è sia strano, visto quanto essi possano contribuire ad una Svizzera migliore, sia pericoloso, considerando che i più giovani, ancora teste calde, sono allo stesso tempo anche quelli che più rischiano di acquisire posizioni estremiste, se manipolate da persone abili.

Cosa ci stiamo perdendo?

Io credo che sia importante valutare cosa ci stiamo impedendo rifiutando di aiutare e seguire nella loro crescita queste associazioni:

  • Un arricchimento delle attività presenti nelle proprie località, in termini culturali, sociali, ludici
  • Una maggior sicurezza, siccome i giovani musulmani conoscono le reciproche posizioni, facilitando l’identificazione di anomalie nel modo di pensare dei ragazzi
  • Un ponte che possa chiarire più facilmente i dubbi dei non musulmani
  • Un gruppo che possa portare avanti con forza il fatto che l’islam non è una cultura, e che quindi non ci debbano essere muri basati sull’idea di avere culture che si scontrano

E merita la pena vedere cosa si perde la moschea:

  • Un gruppo che può partecipare nel dialogo istituzionale in maniera potenzialmente più efficace e più chiara, avendo meno differenze culturali
  • Una maggior vicinanza dei giovani alla moschea, permettendo un ricambio generazionale
  • Una miglior diversificazione delle attività e degli eventi proposti

Insomma, non vedo una singola ragione per cui abbia senso dire che ci sia qualcosa di negativo in tutto ciò.

Tipicamente, la situazione assurda è che spesso le moschee vedono queste associazioni come “vettori di allontanamento dalla moschea” laddove al contrario le istituzioni vedono queste associazioni come “vettori di proselitismo” nel caso migliore.

L’importanza dei giovani nella lotta al radicalismo

In Svizzera le associazioni sono ancora instabili e nate da poco, mentre nei paesi vicini ci sono esempi più maturi e concreti, che mostrano a pieno regime le possibilità che possono nascere da questi giovani.

In particolare, negli ultimi tempi si vede sempre più presente un impegno specifico nel combattere ogni forma di estremismo e di violenza, che parte dai giovani e che si rivolge soprattutto ai giovani. Nel GMI (Giovani Musulmani D’Italia), a volte si organizzano incontri aperti a tutti per ricordare ai giovani perché è importante rimanere aperti al dialogo, e cosa dice l’islam su tali temi.

Di recente, a Firenze, questa associazione ha addirittura trattato il tema in una delle scuole locali, mostrando anche l’importanza che questi gruppi hanno nel comunicare con tutti gli enti non musulmani.

A Monza, invece, è stata fatta una mostra avente come tema l’integrazione e la convivenza, dove si sono esibiti vari artisti da tutta Italia. Questo è stato possibile anche grazie alla cooperazione tra il comune e l’associazione dei giovani musulmani.

Siccome in Svizzera siamo ancora all’inizio di questo processo di integrazione, ed abbiamo ancora tante persone appartenenti alla prima generazione nel nostro territorio, è importante prendere esempio e spunto dalle associazioni (giovanili e non) vicino a noi e da come lo stato si rapporta con esse.

Questo potrà permetterci di sfruttare nella maniera più veloce ed efficace possibile tutti i benefici che si hanno da una buona gestione di queste associazioni, assicurandoci una Svizzera più accogliente e sicura.

Questa, alla fine è un’opinione personale. Voi cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!

Grazie per la lettura!

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Writing Mon, 13 Jan 2026 14:21:14 +0000
Radicalizzazione islamica: un problema che parte in casa https://www.positivislam.ch/positivwriting/radicalizzazione-islamica-un-problema-che-parte-in-casa https://www.positivislam.ch/positivwriting/radicalizzazione-islamica-un-problema-che-parte-in-casa Radicalizzazione islamica: un problema che parte in casa

Care lettrici, cari lettori, benvenuti di nuovo!
Oggi vorrei parlare con voi delle mie osservazioni sul fenomeno che tanto viene citato dai nostri giornali.

Cominciamo con il significato comune

Indipendentemente da quante definizioni ufficiali io possa tirare fuori, oggi il “radicalizzato islamico” (da qui in poi *RI*) è quel tizio barbuto che, sostenendo che le sue opinioni siano superiori a quelle degli altri, vuole imporle a tutti i costi, ricorrendo anche a metodi violenti ed al terrorismo

Questa non è proprio la definizione di *RI*, perché di islamico non c’è molto, ma… questo tipo di stereotipo, esiste, indipendentemente da come vogliamo chiamarlo. Si tratta di una minoranza assoluta della comunità islamica, ma è una minoranza che infanga l’intero gruppo.

E continuiamo con un luogo comune

Si pensa che questo *RI* sia una persona che si allontana sempre di più da tutto quello che riguarda il mondo “occidentale” e che piano piano si rintani dentro la moschea, dove si ritrova con persone simili a lui.

Ecco, succede proprio il contrario: quando una persona comincia ad assumere certe tendenze strane, lo vedi allontanarsi sempre di più dalla moschea. Ho chiesto a 4 diversi direttori di moschee di diverse città, italiane e svizzere, che ogni tanto visito per queste ricerche, e mi hanno confermato la stessa cosa.

Fino ad altri luoghi comuni

Sorgono spontanee alcune domande:

La moschea non è un luogo che invita all’estremizzazione?

La moschea non invita mai all’estremizzazione. So che siamo tutti un po’ ancora scossi da casi come quello di Winterthur, ma si tratta di casi isolati, generati da alcuni individui che di religione spesso sanno davvero poco (il famoso imam di Winterthur sapeva a malapena un po’ di corano, al punto che forse io ne so di più). I sermoni fatti in moschea sono sempre inviti ai fedeli al buon comportamento ed alla devozione ad Iddio, e non hanno mai incitazioni all’odio (se non per questi folli casi isolati) o implicazioni politiche (meriterebbe approfondire questo aspetto parlando dei centri culturali etnici).

Perché i radicalizzati islamici se ne allontanano?

Una cosa che tante persone non sanno è che la “moschea” è tipicamente un luogo di preghiera ma anche un luogo di incontro sociale. Una situazione classica è che il *RI* si senta superiore agli altri fedeli presenti, oppure “incompreso”, ed abbandoni lentamente i suoi rapporti con le altre persone in moschea, fino a non frequentare più quel posto. D'altronde, siccome i sermoni invitano spesso al dialogo, alla convivenza, alla pace, una persona che si rifiuta di dialogare e che ha idee diverse è difficile che li stia volentieri ad ascoltare

Cosa succederebbe se queste persone restassero in moschea?

I punti di riferimento della moschea, sono di solito in buoni rapporti con le istituzioni sociali e di sicurezza, o almeno lo sono quanto basta per cooperare in casi di situazioni pericolose: è già successo in Ticino, ad esempio, che la direzione della moschea di Viganello segnalasse degli elementi pericolosi alle autorità.

Ovviamente, questo dipende dalla gravità della situazione: il primo passo è tipicamente cercare di comprendere meglio il *RI*, di capire perché la pensa in un certo modo, e provare a spiegargli i suoi errori.

Ma non ci sono i famosi “reclutatori”?

Conosco ragazzi che frequentano diverse moschee da decine di anni e non ne hanno mai visto uno, magari sono stati fortunati. Nessuno mi ha mai detto di aver avuto questo tipo di incontro ravvicinato.

Se davvero questi reclutatori esistono (io ci credo, ma non posso averne la certezza), allora le persone che (per qualsiasi ragione) si allontanano spontaneamente dalla moschea, rimangono leggermente più vulnerabili al pericolo rappresentato da questi criminali, soprattutto laddove chi si allontana si sente in qualche modo arrabbiato con la moschea.

Dove voglio arrivare? Se la comunità islamica locale ha dei problemi, si divide, e la gente che andava in moschea si isola, ecco che il pericolo di avere nuovi *RI*, cresce.

La comunità islamica deve quindi assumersi questo problema, analizzare le proprie mancanze, ed assicurarsi di rispettare anche i canoni di giustizia del paese in cui risiede (oltre a quelli islamici).

Le difficoltà moderne delle moschee europee e svizzere

In un evento dove si sono radunati giovani musulmani da tutta la svizzera, ho avuto modo di approfondire quali sono, secondo i giovani, le principali difficoltà che si rivedono nelle nostre moschee: due problemi davvero spesso segnalati sono la mancanza di un aspetto “associativo” delle comunità islamiche, che sono a tutti gli effetti delle associazioni dal punto di vista civile, e la mancata attenzione ai bisogni dei giovani.

Il primo problema, detto con parole più chiare, è che spesso quelle che noi chiamiamo “moschee” sono delle associazioni, spesso sotto il nome di “centro culturale”. Tuttavia, poche di queste associazioni effettivamente hanno un sistema chiaro per diventare membri, partecipare alle votazioni e prendere decisioni comunitarie. Succede così che spesso c’è un “presidente” di una certa moschea che rimane in carica per molto tempo senza che nessuno abbia una chiara idea del perché sia lui a dirigere il tutto.

Si tratta di un problema che nasce da motivazioni religiose? Di solito la risposta è “no”, ma questo ha poca importanza: un’associazione si deve basare su solidi principi definiti sul codice civile Svizzero (nel caso della Svizzera) e questa cosa deve essere rispettata a prescindere dal resto. Le regole sono regole.

Tante volte la comunità islamica si frammenta proprio perché tante persone sentono di non aver potuto esprimere la loro opinione e di essere semplicemente stati ignorati, o che certe decisioni siano state prese senza il consenso di nessuno.

Un altro aspetto importante è la mancata cura dei giovani: i genitori spesso trascurano sia la loro educazione religiosa, sia quelli che sono i bisogni dei ragazzi, ritrovandosi durante la fase adolescenziale ad avere davvero molti problemi nel rapporto con i figli. Questo si rivede anche nelle moschee: non c’è davvero un’attenzione particolare al come tenere i giovani coinvolti, e spesso li si trascura.

Per quanto questi problemi possano sembrare totalmente “problemi che non riguardano gli svizzeri”, l’isolamento delle persone provocato da queste situazioni porta ad una maggiore vulnerabilità.

Un possibile miglioramento che può venire “dall’esterno”, è una vicinanza maggiore dalle istituzioni ai centri di culto islamici, sia in termini di partecipazione (es eventi congiunti) sia in termini di osservazione del rispetto delle regole.

Ovviamente, lo sforzo principale deve venire “dall’interno”, dalle moschee stesse, ma non trascuriamo quanto i singoli interventi di ognuno di noi possano davvero fare la differenza.

Tra le tante iniziative che si sono proposte per migliorale lo status quo, le più interessanti probabilmente sono quelle di

  • Formare gli imam svizzeri direttamente in Svizzera
  • Chiedere da regolamento che il sermone del venerdì venga sempre fatto anche in italiano
  • Formare dei gruppi di lavoro che coinvolgono le istituzioni locali e le moschee

E voi cosa ne pensate? Diteci la vostra opinione nei commenti!

Grazie per la lettura!

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Writing Mon, 13 Jan 2026 14:14:49 +0000
Una questione di fiducia https://www.positivislam.ch/positivwriting/una-questione-di-fiducia https://www.positivislam.ch/positivwriting/una-questione-di-fiducia Una questione di fiducia

Cari lettori, care lettrici, bentornati !

Sapete, c’è un’osservazione che tanti musulmani ricevono nel quotidiano:
“Voi musulmani vi esponete davvero poco”

E devo dirvelo: questa frase è davvero pesante per loro.

In primo luogo,

quel “voi” è abbastanza pesante sulle orecchie, quanto leggero sulla lingua.

Si tende davvero a generalizzare tanto: in Svizzera interna, ed in Italia, conosco tantissimi gruppi di musulmani che si espongono un sacco… loro contano in questo “voi”?

I giornali spesso ignorano queste iniziative, l’ho notato per esperienza personale, quindi è difficile che il cittadino possa venirne a conoscenza.

Per comprendere appieno questo testo può fare comodo dare un occhio al mio articolo precedente, che trattava a proposito degli attacchi mediatici, e di quanto essi siano seriamente un problema. Problema che, nel nostro territorio, è davvero marcato.

Perché la fiducia è fondamentale?

Oggi giorno ci sono tanti problemi legati, in un modo o nell’altro, al mondo islamico. Alcuni di questi problemi sono a volte delle banalità volte a influenzare politicamente il popolo (come il tema dei minareti o del burqa), altre volte invece si tratta di problemi seri (come il terrorismo religioso).

Nonostante queste questioni abbiano tipicamente un peso minore rispetto a tematiche ben più importanti (come la crescente povertà, la crisi del lavoro, la mancanza di sensibilità ecologica, l’influenza svizzera nelle guerre oltreconfine, ed i problemi nel sistema politico ed educazionale) esse sono spesso al centro dei quotidiani locali: è quindi ragionevole aspettarsi che chiunque vorrebbe che esse vengano risolte! Chiunque sarebbe contento se non ci fosse più il problema dei foreign fighters!

(Anche se probabilmente questo interessa ben poco al ticinese che non riesce ad arrivare a fine mese con 800 CHF)

Ora, vorrei chiedervi: pensate che sia possibile risolvere questi problemi, senza l’aiuto della stessa comunità islamica? Voglio dire, quelli che sono problemi per il normale cittadino, sono problemi anche per loro!

Il musulmano ha il dovere di rispettare ogni vita, umana e non. Inoltre, penso sia importante farvi ricordare che se un folle cominciasse a sparare alla gente in centro a Lugano con dei pretesti “religiosi”, ci rimettiamo tutti in maniera indiscriminata, e (sfortunatamente non è il tema di questo articolo) qualunque musulmano avrebbe il dovere in tal caso di difendere la sua città, non certo di assecondare il terrorista.

Detto questo, chi meglio della comunità islamica stessa può monitorare questo tipo di pericoli? Eppure la società spesso crea un sentiero di inimicizia, di sfiducia.

Un esempio: dove la fiducia avrebbe fatto la differenza

Vorrei riportarvi il racconto di T.:
“C’era questo ragazzo in moschea, una persona dal buon carattere e dal buon comportamento. Conoscendolo meglio, ho saputo che suo padre era un alcolizzato, e sua madre era molto malata. I rapporti con i suoi genitori non erano dei migliori. Poi, un giorno, ho saputo che voleva partire ed andare a difendere i civili in Palestina. Ne ho parlato con mio padre per cercare di capire cosa fare. Lui voleva invitare il ragazzo a casa per farlo riflettere su questa sua intenzione e possibilmente fargli cambiare idea, ma alla fine abbiamo posticipato sempre questa cosa, fino a quando quel ragazzo non si fece più vedere in moschea. Poche settimane dopo, venimmo a conoscenza della sua morte.”

Quando chiesi a T. “Perché non ne avete parlato con le autorità” lui mi rispose: “Lo avrebbero trattato come qualche sorta di criminale, infangato sui giornali, parlando male dell’islam e della comunità locale, ma probabilmente l’unica cosa di cui aveva bisogno quel ragazzo era del sincero aiuto sociale. In questo posto, non mi fiderei nemmeno a parlare di queste cose con il telefono azzurro”

E sinceramente non sapevo cosa rispondergli. Come potevo dargli torto?

Gli attori in gioco sono tanti

Come detto nel mio precedente articolo, gli attacchi mediatici verso i musulmani sono davvero tanti, però è anche vero che ci sono ogni tanto degli sprizzi di positività ed avvicinamento da parte dei media: un esempio che mi è davvero piaciuta è stata l’intervista a Pascal Gemperli, che in maniera molto chiara, coincisa e pacata ha risposto in maniera corretta a molti dei dubbi che hanno i nostri concittadini.

Trasmissioni televisive, interviste radio… sebbene quelle che sono “positive” verso i musulmani si avvicinano ad un misero 10%, la loro presenza ci fa capire che è molto difficile fare di tutta l’erba un fascio: dietro ad un’intervista o un articolo, ogni volta ci sono persone diverse, che rendono conto a responsabili diversi, che partecipano a progetti diversi.

Perché è importante rimarcare questa cosa? Per realizzare che creare una fiducia reciproca chiede davvero il coinvolgimento di tante persone. E ovviamente no, non c’è da lavorare solo sui media, ma bisogna anche lavorare sui musulmani stessi per far loro capire che non vengono visti come “nemici” o come barbuti pericolosi.

Ed in Ticino?

Parliamo del Ticino per un attimo. Ci sono tanti gruppi che davvero si impegnano in un dialogo positivo e propositivo sul tema “islam”: vale la pena citare la facoltà di teologia dell’USI[1], i ragazzi del progetto Dialogue En Route[2], ed il Forum delle Religioni[3]. Questi gruppi organizzano eventi ed anche corsi, affrontando o citando problemi come islamofobia, difficoltà di integrazione e mancanza di dialogo interculturale. Tuttavia tutti i loro sforzi raggiungono di solito ben poca gente, la quale di solito è già interessata al tema. La maggioranza del cantone rimane inconsapevole anche dell’esistenza di queste attività.

Vogliamo dire che i musulmani si espongono poco? Beh, mi esporrei anche io poco al loro posto, con il clima di sfiducia e discriminazione che abbiamo nella nostra regione. Vorrei raccontarvi di un episodio accaduto l’anno scorso, che ha davvero minato tutti gli sforzi compiuti fino a quell’anno:

Il regista Danilo Catti ha chiesto di poter realizzare un documentario per conto di RSI che mostrasse la vita dei musulmani durante ramadan. Tutti i gruppi musulmani in Ticino erano molto titubanti a partecipare, per la sfiducia che provavano nei confronti dei media. Tante persone si sono mosse ed hanno fatto grandi sforzi per cercare di convincere questi gruppi a fidarsi e partecipare.

Alla fine, il documentario è stato trasmesso nel programma “Storie” senza ricevere l’approvazione della comunità islamica (come avrebbe dovuto); però il mio parere soggettivo è che questo documentario fosse abbastanza onesto e neutrale: il problema risiede altrove.

Il giorno in cui il documentario è stato trasmesso, l’ospite in sala è stato cambiato all’ultimo momento, e si è presentata la signora Keller Messahli (vincitrice del premio svizzero diritti umani 2016) che, come suo solito, ha parlato in maniera abbastanza preoccupante e negativa della comunità islamica in Ticino, senza però che nessuno della comunità islamica abbia mai visto questa donna in alcuna moschea ticinese.[4]

Dopo questo episodio, è facile capire perché al momento i maggiori esponenti della comunità islamica difficilmente accettano di apparire nei media locali. Capire quali incidenti sono accaduti dovrebbe aiutare ed evitare che accadano ancora.

Dove si vuole arrivare?

Un clima di fiducia, dove le istituzioni e le comunità islamiche collaborano, è fondamentale per un futuro sereno e dove ci si può focalizzare sui veri problemi che la nostra società affronta in questi anni delicati.

Affinché ciò accada, è importante non solo un cambio di approccio da parte delle istituzioni (ed i centri di informazione in particolare) ma anche da parte della comunità islamica. Approfondirò questo tema, in uno dei prossimi articoli.

[1]http://www.teologialugano.ch/uploads/4/1/6/6/41664437/corso-formazione-sa-2017-2018.pdf

[2]https://enroute.ch/it/

[3]http://www.forumdellereligioni.com/public_html/

[4]https://www.rsi.ch/la1/programmi/cultura/storie/Nel-mese-del-digiuno-9239170.html

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Writing Mon, 13 Jan 2026 13:46:07 +0000
La violenza di un pezzo di carta https://www.positivislam.ch/positivwriting/la-violenza-di-un-pezzo-di-carta https://www.positivislam.ch/positivwriting/la-violenza-di-un-pezzo-di-carta La violenza di un pezzo di carta

Cari lettori, care lettrici,

Sono sicuro che avrete sentito spesso parlare di problemi legati ai musulmani: si va dai foreign fighters alle discussioni sui minareti, dal radicalismo ai burqa. Eppure, spesso si fa tanto fumo per poco arrosto: non sono io a dirlo, ma la Confederazione stessa[1]! Siamo dinanzi ad un problema di violenza mediatica.

Questo tema è molto importante: esso è infatti uno dei principali ostacoli nel creare un clima di fiducia tra le comunità islamiche e le istituzioni, elemento fondamentale per portare avanti insieme progetti di interesse della federazione e di tutti i cittadini.

Quando i problemi ti toccano da vicino

Un giorno ero sull’autopostale che tornavo dal lavoro, e mi è caduto l’occhio sul piccolo schermo che riportava le notizie del giorno. Come sapete, di queste notizie viene prima mostrato un titolo ad effetto, e dopo appare un piccolo riassunto dell’accaduto.

Quel dì, sullo schermo apparve come titolo che accennava ad un accoltellamento avvenuto in Olanda. Sono rimasto allibito un attimo, perché mi sono chiesto: “Ci sono un sacco ci incidenti e di reati ogni ora in tutta Europa, perché ad un ticinese dovrebbe interessare un accoltellamento in Olanda?”.

L’attimo dopo, con tanta amarezza, ho pensato “Ah… stai a vedere che c’è qualche pseudo-musulmano coinvolto... non si perdono mai occasioni per diffondere un po’ di sano allarmismo”.

Indovinate? Ho fatto centro.

Non facciamo finta di nulla. Probabilmente adesso, mentre sto scrivendo questo articolo, da qualche parte in Europa è recentemente avvenuto un accoltellamento (secondo i dati dell’UNODC, ogni ora ci sono 2 o 3 omicidi[2]). Potete, almeno un pochettino, immaginarvi il mio stato d’animo quel giorno: un enorme senso di tristezza e sconforto.

Quando i problemi non sono una scusante

Non voglio soffermarmi a discutere su perché venga fatta violenza mediatica, non ho le competenze per farlo... Tuttavia vorrei ricordarvi che Nicolas Sarkozy ha fatto una forte pressione sull’intervento occidentale in Libia, ed ha portato la Francia ad essere il principale protagonista nell’uccisione di civili libici e nell’acquisizione (per non dire furto) di risorse naturali libiche. Qualche anno dopo (eventi recenti) lo stesso Sarkozy viene indagato per aver ricevuto milioni di euro in nero da Gheddafi per finanziare (in maniera peraltro illegale) la sua campagna di elezioni[3]. In tutto questo, musulmani sono i cattivi. A voi le riflessioni.

Quando c'è equità ed equilibrio

Le statistiche nel report della confederazione sono molto chiare:

1 Il grafico mostra la quota annua degli articoli suscitanti distanza o empatia o ambivalenti sul totale esaminato e la relativaevoluzione dal gennaio del 2009 al giugno del 2017. Il fatto che la somma sia inferiore al 100% è dovuto alla circostanzache non tutti gli articoli del campione considerato esprimono giudizi sugli attori musulmani tematizzati. N = 1488 articoli. Esempio: nel 2017 il 69% degli articoli sui musulmani in Svizzera considerati si contraddistingue per una tonalità che genera distanza…

in quasi dieci anni, gli articoli che esprimono un sentimento di empatia verso i musulmani (tra tutti gli articoli che parlando di loro) sono scesi dal 20% fino ad arrivare sotto il 10%, mentre quelli contro i musulmani sono passati dal 20% al 69%. Non è spaventoso? Ogni 10 volte che si parla dell’islam, 7 volte si parla male dei musulmani, 1 volta si parla in maniera ambigua, e una volta (forse) si riesce a parlarne bene...

Quando si coglie ogni occasione per fare del bene

Ricordo un bellissimo workshop tenuto da Paride Pelli, direttore di Ticinonews.ch, sul come scegliere un titolo efficace per un articolo di giornale. L’enfasi era tutta concentrata sul “catturare il lettore” con frasi che generassero curiosità, ma che fossero comunque sempre vere, e non deludessero mai il lettore.

Ora vi chiedo dunque, un consiglio. Se siete qua, immagino che siate degli ottimi lettori. Vi proporrò due titoli, e voi mi direte quale, secondo voi, colpisce maggiormente. Magari scrivetelo nei commenti!

“L’Ape Regina dei Bunga Bunga di Berlusconi abbraccia l’islam e riconosce i suoi sbagli”
Oppure
“Sabina Began rivela i dettagli del suo rapporto con Berlusconi, fino alla fecondazione assistita”

Onestamente, potreste trovare anche titoli migliori, ma il messaggio è chiaro: quale dei due temi potrebbe sorprendere di più il lettore? A me colpisce molto il primo, e chiedendo in giro le persone condividono la mia opinione. Perché vi faccio questa domanda? Beh, ho trovato molto interessante questo articolo[4]: si tratta di un’intervista esclusiva a Sabina Began, detta anche “Ape Regina” per il suo essere la favorita delle feste berlusconiane. Ho trovato molto interessanti i punti dove analizzava cosa avesse portato lei o il suo amato ad avere certi comportamenti. Ha parlato di arroganza, amore, ego, gelosia, ma soprattutto ha parlato di pentimento. E di religione.

Quando ho letto l’articolo sono rimasto piacevolmente sorpreso: era davvero pieno di riflessioni interessanti. A tal proposito, il 20Minuti ha pubblicato il seguente riquadretto. Cosa ne pensate?

Se siamo d’accordo che, in una simile circostanza, la parola “Islam” avrebbe davvero colpito l’occhio. Eppure, non se ne fa nemmeno un cenno.

Se io fossi musulmano, mi rimarrebbe un po’ l’amaro in bocca. Ma soprattutto, mi chiederei “perché?”. Nel giornalismo, nulla è lasciato al caso. Riuscite ad aiutarmi nel trovare una risposta? Forse questo non rientra nella definizione di violenza mediatica, ma ci tenevo a riportare le mie osservazioni: questo è un esempio di quando si può parlare bene dell’islam, o comunque parlarne in maniera interessante, ma si sceglie di non farlo.

Quando tutti hanno modo di esprimersi

Un altro serio problema riportato dalla federazione, è che quando si parla di islam, tipicamente i musulmani sono oggetto e non soggetto dell’articolo: in altre parole, i musulmani non parlano di loro stessi, ma c’è qualcuno che parla di loro (male).

2 Il grafico mostra la quota degli articoli in cui i musulmani sono solo oggetto, vale a dire che vengono riportate esclusivamente dichiarazioni di altri attori su di loro (55,3%), rispetto a quelli in cui sono solo musulmani a esprimersi (2,8%).Sono inoltre stati definiti tre stadi intermedi (prevalentemente oggetto, prevalentemente soggetto, rapporto equilibrato tra soggetto e oggetto). N = 450 articoli. Esempio: nel 12,5% degli articoli il rapporto tra dichiarazioni dei musulmani e dichiarazioni sui musulmani è equilibrato (soggetto e oggetto).


Clamoroso è stato il documentario di Danilo Catti mostrato nel programma RSI “Storie”: esso avrebbe dovuto mostrare la vita dei musulmani in Ticino durante ramadan. L’ospite in sala venne cambiato all’ultimo minuto e senza preavviso, ed ecco apparire in sala la signora Keller Messahli, trasformando un’occasione d’espressione per i musulmani, in un attacco verso di loro. Parlerò ancora di questo.

“Nessuno può essere discriminato, in particolare a causa dell’origine, della razza, del sesso, dell’età, della lingua, della posizione sociale, del modo di vita, delle convinzioni religiose, filosofiche o politiche, e di menomazioni fisiche, mentali o psichiche.“
{Costituzione svizzera, Art. 8}

Sono convinto che i progetti ambiziosi richiedano tanto tempo e piccoli passi per avere successo. Credo anche, che sia nell’interesse di tutti perseguire dei valori, quali la giustizia, l’onestà e l’equità. La radicalizzazione violenta, che usando parole più belle è l’incapacità di confrontarsi con il prossimo e di mettersi in discussione, è qualcosa che colpisce in ogni cultura, in ogni posto, in ogni epoca, soprattutto quelle persone che vengono isolate dalla società. Credo sia importante notare come noi stiamo effettivamente contribuendo ad un simile processo, ed aumentare la nostra sensibilità su questo tema, per una Svizzera migliore e più sicura.

Un grande esempio è l’intervista Pascal Gemperli, pubblicata anche sul Corriere del Ticino, che mi ha davvero sbalordito: sia le parole di Pascal che il materiale riportato dai media, era corretto ed impeccabile. Forse è una delle interviste più belle che io abbia mai letto in merito ad un musulmano, e mi ha dimostrato che le porte sono ancora aperte, e che possiamo costruire tanto. Io ci credo, e voi?

Grazie per la lettura.

[1] Commissione Federale contro il Razzismo (CFR): “Copertura mediatica dei musulmani in Svizzera: uno studio universitario fa il punto della situazione”.

[2] Dato ricavato manualmente, dai dati originali del UNODC.

[3] Uno dei tanti articoli

[4] Il fatto quotidiano: Sabina Began: “Il Bunga Bunga? Una fogna, Berlusconi schiavo dell’ego. Il Corano mi ha guarita

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Writing Fri, 08 Mar 2026 12:40:24 +0000